il parto

“… Ora, il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche che Jahve Dio aveva fatto … Disse la donna: “Dei frutti dell’albero che sta in mezzo al giardino non ne dobbiamo mangiare, affinché non moriamo” … soggiunse il serpente: “Non morirete, anzi … si apriranno allora i vostri occhi e diverrete come Dio, conoscitori del bene e del male” … Ne mangiò e ne diede anche al marito … si aprirono allora gli occhi di ambedue e seppero di essere nudi … Allora Jahve Dio disse alla donna: “Renderò assai numerose le tue sofferenze e le tue gravidanze e con doglie dovrai partorire i figli. Verso tuo marito ti spingerà la tua passione, ma lui vorrà dominare su di te” …

 

Quanta potenza espressiva in questo passo del terzo capitolo della Genesi. Siamo solo alla terza pagina della nostra Bibbia: la vita è appena iniziata, l’uomo è appena comparso sulla terra e subito siamo al peccato originale: nemmeno il tempo di godere un pochino del Paradiso Terrestre!

Questa fantastica allegoria del conflitto tra beata incoscienza e tormentata conoscenza, tra la semplicità dell’istinto animale e  la complessità di un razionalismo superiore, preannuncia le difficoltà e le tribolazioni di una evoluzione da primate ignorante a uomo erudito. L’acquisizione di una coscienza personale ci ha aperto le porte verso uno sviluppo intellettivo che sembra senza limiti: coscienza delle percezioni, dei sentimenti, arte, ragione, scienza, ricchezza, sviluppo economico, socialità, primordi di una coscienza collettiva tuttora agli albori. Ma contemporaneamente dalla ragione stessa nascono inquietanti interrogativi di non facile soluzione: perché sono? Perché amo? Perché odio? Perché il male? Perché capire di non capire? E così via in una ridda di ipotesi formulate di volta in volta da tanti grandi pensatori antichi e recenti. Uomo erudito e inquieto. Società opulenta e fragile. Umanità gaudente e dolente. Ricchezza incurante della povertà. Vita incurante della morte. Felicità nonostante il dolore.

E in tutto questo – fortunatamente – la ragione non si è potuta spogliare dell’istinto e l’opportunismo non è riuscito a cancellare i sentimenti: ma si vive in questa altalenante commistione di opposte tensioni, variabili in più col variate delle età della vita. Cucciolo animale, adolescente istintivo e aggressivo, razionalista positivo da adulto, anziano insicuro e sentimentale, l’uomo ripercorre forse nell’arco della vita le stesse tappe evolutive dell’umanità? Nel corso della vita prenatale l’embrione umano ripercorre tutte le tappe evolutive delle specie animali, mostrandosi in fasi successive con aspetti morfologici tipici delle specie inferiori. Evoluzione animale, evoluzione della specie umana, evoluzione dell’embrione, evoluzione del singolo, evoluzione dell’umanità: tutte in armonia?

Quante domande non risposte, quante emozioni!

Quando leggiamo “… verso tuo marito ti spingerà la tua passione, ma lui vorrà dominare su di te …” leggiamo proprio il contrasto tra permanere dell’istinto e prepotenza della ragione.

E quando leggiamo “… si aprirono allora gli occhi … e seppero di essere nudi …” leggiamo proprio il dramma della presa di coscienza: il problema non è la nudità – tanto innocente da essere prescelta come veste per la Terra dell’Eden – ma la percezione di una condizione di supposto peccato: il peccato è l’interpretazione stessa della nudità come peccato, il peccato è la coscienza stessa?!

E quando leggiamo “… renderò assai numerose le tue sofferenze e le tue gravidanze e con doglie dovrai partorire i figli …” leggiamo proprio la coscienza del dolore del parto.

Dolore del parto: ma perché mai?

Pro-creazione: la coppia, come esprime il termine e se vogliamo guardare alle religioni, interviene al posto e insieme all’Entità Divina nel ricreare l’umanità generando un nuovo individuo. Perché mai, proprio nell’atto supremo di procreazione, dovremmo sentire dolore? Perché l’atto di puro amore con cui la donna genera il figlio deve essere pervaso di paura, angoscia, e ancora dolore? Perché qualsiasi animale partorisce da solo e in silenzio e senza spavento, non solo ma al contempo percepisce istintivamente l’evento e innesca una serie di modifiche comportamentali adatte alla maternità? Abbiamo talmente snaturato noi stessi da non capire più il senso del bene e del male? Abbiamo creato un sistema di conoscenza talmente complicato da essere diventato così fragile da non concedere più la pace dei sensi e della mente?

Siamo stati una reazione chimica, poi un sistema biologico di regolazioni complesse, su cui si è costruito l’istinto, regolato poi dalla mente, con la collaborazione della psiche, condizionati poi dall’inconscio e chissà da cos’altro ancora in futuro?

E’ difficile dire cosa succede in verità al parto. E’ difficile dirlo per me che sono uomo e, nonostante tutto, mi riconosco estraneo all’evento ed è difficile dirlo oggi, quando i connotati naturali dell’evento sono spesso mascherati dall’intervento farmacologico.

Ma, al di la dei fatti puramente fisici, che esistono e che sono noti – le contrazioni uterine “diventano dolorose”, il passaggio del feto attraverso il canale del parto mette in forte tensione i tessuti e crea sensazioni dolorose locali – qualcos’altro succede. Mi piacerebbe potervi dire “… in verità …” e sciorinarvi una serie di sicurezze atte a rassicurarvi all’istante (un caro amico per scherzo mi chiamava a volte “rabbi”!) ma in verità vi dico che nulla c’è di sicuro e che tutte le interpretazioni del dolore dei più grandi maestri sono solo ipotesi. Eppure qualcosa succede.

Le stesse contrazioni uterine che nell’ultimo mese di gravidanza sono presenti e sono tranquillamente percepite senza alcuna sensazione dolorosa improvvisamente vi causeranno dolore; ci sarà agitazione e non sarà così semplice mantenere la calma e regolare le proprie reazioni. Il respiro sarà irregolare ed il battito del cuore sarà più frequente; reagirete al dolore mettendovi in tensione; vi sarà forte sudorazione e spesso potrete perdere il controllo della situazione, aggrappandovi letteralmente a chi vi sta vicino per cercare un conforto, lamentandovi e, a volte, perdendo il contatto col reale. In altre situazioni un insieme come questo farebbe pensare ad una crisi di angoscia o a un attacco di panico. Ma qui siete solo voi, voi sole con il vostro parto, voi sole con il nostro figlio che esce dal vostro ventre abbandonadovi per la prima volta, preludio di successivi abbandoni sempre più definitivi, sempre più difficili da concepire e da sopportare. E’ solo una serie di reazioni chimiche quella che si svolge dentro di voi? E’ solo l’acido lattico prodotto dalle contrazioni uterine che accelera il vostro respiro? E’ solo la fatica fisica che accresce la sudorazione? E’ solo la produzione endogena di endorfine che vi annebbia la mente? L’amore racchiuso nel concepimento ha deciso di venire alla luce: il concepito nasce. Una vita comincia con una separazione, primo tempo di uno svezzamento progressivo che condurrà l’individuo all’indipendenza: perderà il ventre materno, poi il seno, poi la protezione fisica, poi la protezione economica, poi la protezione emozionale. Poi tutto. E questo, tutto questo, è racchiuso nel parto. Sarà solo una reazione chimica?

E tu compagno, marito, amante, tu, uomo, cosa fai?

Cosa farai nel mentre che la donna, la donna con cui hai deciso di condividere quella sensazione che chiamiamo amore, la tua donna vive l’esperienza del parto?

Vorrai cercare di capire? Vorrai cercare di partecipare? Vorrai esserci? Vorrai emozionarti? Vorrai piangere? Vorrai avere anche tu paura? Vorrai vedere cosa significa il parto per la tua donna?

O piuttosto ricorderai il fatto da dietro la porta chiusa di una sala parto? Un bel ricordo asettico di un parto asettico! Non dirmi che non sopporti di vederla soffrire; non dirmi che ti spaventa il sangue o che ti verrebbe da svenire. Che cosa dovrebbe dire allora la tua donna?

Non farmi vergognare di me stesso,  non farmi vergognare per tutte le donne che ogni giorno vivono la prova del parto, malamente assistite da mariti, medici, ostetriche, infermieri indifferenti; non farmi rattristare pensando alle madri che hanno dato addirittura la vita per la vita dei nostri figli, non farmi convincere che allora è vero che se fosse per noi maschi  il genere umano sarebbe già finito.

Io credo che la tua presenza accanto alla tua donna sia il minimo che tu possa fare. Io so che la tua semplice presenza le sarà di grande aiuto. Io so che la tua assenza sarà un anello mancante nella catena di solidità della vostra coppia.

Non vorrai perderti uno spettacolo dei più affascinanti, per la sua forza, per il suo mistero. Sarebbe come non aver mai visto l’alba o il tramonto o un mare in tempesta. Sarebbe come non voler sentire una musica o i suoni della natura. Vorrebbe dire rinunciare alla nostra parte animale, che non è poi forse la peggiore, ai nostri istinti, alla nostra residua naturalità, alla passione, al desiderio di lasciarsi ancora emozionare.

Non vorrai che sia io o un altro estraneo qualsiasi a stringere il vostro figlio in quel primo abbraccio che sottende tutti i valori del rapporto figliale e che stabilisce con te in particolare un contatto nuovo ed un rapporto affettivo fino ad allora inesprimibile.

Non vorrai che sia io a consolare tua moglie quando avrà bisogno di conforto: ti dirà sempre “dov’eri, dov’eri tu in quel momento?…”.Dunque? Dove vuoi essere uomo? Non fuggire: non te ne pentirai.

Molto spesso, anzi sempre, ai corsi di preparazione al parto non si parla del dolore del parto! Ma come, non è proprio per questo che si fanno i corsi? Certo; ma parlare del dolore è difficile, spiegarlo è difficile, ammettere anni di ritardo nella sua gestione è difficile. Le sale parti spesso mancano di personale sufficiente o  adeguato; l’assistenza al parto è un lavoro massacrante, spesso il personale, sia esso medico, ostetrico o infermieristico, è stanco. E una mentalità vecchia più il difetto organizzativo più la stanchezza concorrono a volte a gestire con indifferenza il dolore. L’assistenza al parto come momento di gioia per la nascita di un nuovo essere diventa solo occasione di fatica. La stanza del parto si traduce in un luogo di produzione di neonati, attenti solo a che non ci siano grane. E’ veramente difficile fare un bel parto: è occasionale trovare in accordo una mamma, una equipe ed una struttura assistenziale, tutti pronti a dare il massimo sia tecnicamente che, oserei dire, sentimentalmente.

Tuttavia io credo, nonostante tutto quanto detto, tutte le paure, tutte le ansie, le angosce a volte, le stanchezze, le possibili disorganizzazioni, nel valore fortemente positivo dell’evento parto, perché nel parto esiste e si esprime l’amore di ogni madre per suo figlio e per tutto il genere umano e questo amore è così grande da vincere qualsiasi avversità. Per questo affermo: partorirai con gioia, perchè so che supererai l’angoscia, le paure ancestrali e inconsce, la prostrazione della fatica, la tensione imposta dal dolore. Dovrai abbandonarti e andare oltre la coscienza e ricongiungerti a ritroso alla nostra naturalità, conoscerai il dolore come una sensazione e non come un segno del male e lascerai trascorrere la contrazioni come un’onda del mare; abbandonerai il feto senza il timore di un vero abbandono e lo lascierai andare per la sua strada perché per questo nasce e non per altro.

Non so se sarà possibile fare tutto bene,  non so se sapremo davvero aiutarti dandoti, tutti, quello di cui avrai bisogno, né sappiamo ora se sarai capace di fare ciò che ti verrà richiesto allora. Ma  faremo tutti del nostro meglio per aiutarti a vivere il tuo parto nella gioia. E quando le forze venissero meno o se l’angoscia prendesse il sopravvento non preoccuparti già ora: ti assisteremo con tutto quello che sarà necessario. Quindi sgombra l’animo da qualsiasi timore e vai tranquilla a ricevere tuo figlio con un sorriso sereno. Se poi proprio capitasse “di non essere brava” pazienza: ricorderai a tutti che sei tu, donna, ad aver partorito, e non altri.