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SACRALITA' DEL CORPO E DELLA MEDICINA

 

Avevo buttato giù queste idee per la cena di Studio nel dicembre 2021, poi non lette per l’ambiente troppo rumoroso, e mi ero limitato ad annunciare con dispiacere una possibile prossima fine dell’attività del nostro caro “Piccolo Studio Ginecologico Milanese”, ormai troppo devastato dal succedersi di crisi economica, pandemia e ora anche guerra. Tuttavia anche queste nuove pagine vogliono ricordare la natura del nostro studio nel tentativo di  riattivarne l'attività.                                                                                                 G. A.

 

Non avendo più neuroni sufficienti per una dissertazione scientifica come potrebbe fare l’amico Enrico e in più probabilmente scientificamente siete oramai tutti più preparati di me  ma avendo accumulato una discreta esperienza di lavoro e di vita e poiché nel tempo si è formata una piccola schiera di accoliti che mi stanno accanto e a volte mi ascoltano – (non si sa se per loro sia o sia stato un  bene o un male) - questo raduno serale prenatalizio vorrebbe essere una vera predica, ma non come direbbe la Treccani “un serie di consigli, ammonimenti, rimproveri, rivolti in tono di fastidiosa superiorità” bensì  nel senso arcaico di  Kerygma:  messaggio.

Il nostro corpo (qualsiasi corpo) è sacro. Esso è materia e anima (l’ànemos greco: vento,  o psychein: ancora: soffio, respiro), qualcosa comunque di impalpabile, impercettibile: lo spirito, l’energia vitale. E’ straordinario quanto poco valga l’anima di questi tempi, dove tutto e’ tecnologia apparenza economia finanza e primato. Ho usato internet e vikipedia per aiutarmi nella simbologia di questa predica; internet è il simbolo del credo odierno­: se cerchiamo il significato di anima in internet la spiegazione che appare per prima è “anima è il più grande gruppo indipendente del risparmio gestito in Italia”. Oggi internet, presentandosi come simbolo della modernità, tenta di dare una veste onorata a valori spesso dissacranti, spesso non confrontabili né tanto meno incastrabili con i valori etici e morali.  Già perché comunque col dio mammona possiamo farci apparire al posto e al livello che più vogliamo.

In Grecia antica il significato di simbolo era particolare: la parola deriva da  sumballo - insieme di   σύν sun:  insieme,  unione forte   e    βάλλω  ballo:  mettere insieme, far coincidere  -  e si applicava all’usanza delle famiglie che prendevano un oggetto, lo spezzavano e ne davano una parte ai diversi componenti della famiglia in modo che poi dalla perfetta collimazione dei frammenti ognuno di questi si poteva riconoscere con sicurezza come componente della stessa unità familiare.

Per alcune religioni allorché il corpo muore lo spirito lo abbandona e si sposta in un altro luogo.      A me  piace pensare come un bambino: che una nuova vita sia quando l’energia volata via reincontri l’altra parte del sé e collimandosi ad essa possa riconoscersi e ridare il via così a una nuova vita: questo pensiero è piacevole; l’anima dell’era  digitale è orribile.            Ma tornando al nostro corpo esso è sacro perché insieme di “vile” materialità e sacra spiritualità, di molecole e pensiero, di escrementi ed emozioni. Questi due elementi vivono in simbiosi e non si può pensare di separare l’uno dall’altro.                                                        A proposito poi della vile materia essa è poi così complessa da sfuggire alla nostra comprensione, anche se talvolta scienziati capaci di scavare in profondità  nei meccanismi biologici (ma spesso perdendo al contempo il significato dell’unità del tutto) riescono a farci individuare alcune vie elementari su cui intervenire per ripristinare un equilibrio perduto.     E a quel punto colui che pensa di aver capito spara una bordata, un colpo di cannone che penetra nella materia, si infiltra tra le molecole, sbriciola la parte malata e a volte, come un elettroshock, - o come un miracolo - un certo equilibrio si ristabilisce, spesso senza capire come.

Per questo la medicina ancora oggi è sacra, lo è come ai tempi di Ippocrate, lo è come nella capanna degli Shamani dei popoli ancestrali che noi non cesseremo mai di distruggere, lo è nel Vangelo.  Lo è ovunque esistano medici in grado di capire che non si può non riconoscere l’indissolubilità della materia dalla mente e l’impossibilità di curare la prima astraendosi dalla seconda.

Non limitiamoci a fare i manovali:  “venga signora facciamo una bella eco tridimensionale e risolviamo tutto”;   “venite, voi due, con una semplice laparoscopia risolviamo il 33,7% dei casi”;    “mia cara signora con un piccolo intervento in locale risolviamo la sua incontinenza”.       Ma dopo un anno la prima sviluppa un Alzheimer, la seconda coppia si separa, la terza, che pesava 100 kg, muore improvvisamente per un ictus imprevisto e non prevenuto.

Quante volte mi èsuccesso che solo alla seconda o terza visita la paziente esponga il suo vero disagio: la prima si accorgeva che la sua memoria aveva dei buchi neri, la seconda che il marito era disinteressato a cercare un figlio, la terza si vergognava di affrontare e parlare della sua obesita’.

Ma ora, da buon maestro d’asilo e da vecchio conferenziere (quelli che alla 30a diapositiva con il pubblico che si sta ormai addormentando sparano improvvisamente una foto di una donnina nuda per risvegliare l’uditorio) in questo clima natalizio  voglio tentare di risvegliarvi dal vostro torpore alcolico raccontandovi una favola: la straordinaria storia di Aich 

      STORIA DI AICH                                                                                                          Chiamatemi Aikhturie ma sono piccolo e per gli amici sono Aich. Ho 20 anni, sono un nano e ho qualche difetto: sento male e parlo peggio, è difficile capirmi. Ma mi dicono che sono intelligente; ho imparato a scrivere abbastanza bene e aiuto mio padre pastore. Vivo in Palestina e mio padre mi lascia fuori di notte a custodire il gregge. Di notte è molto freddo ma il gregge si raccoglie, io sto in mezzo e le pecore mi scaldano. Io parlo alle pecore, loro capiscono quello che dico e mi seguono.                                                                                  Sento dire dagli altri pastori che da un po' di tempo gira da queste parti un gruppo di gente che segue uno che chiamano maestro e che insegna. Sembra che parli al popolo, che si occupi dei poveretti, come me: dice loro coraggio, siete amati come gli altri, dà loro da mangiare. Il mio amico Shakhs Gharib – lui è più grande di me, sente e parla bene – mi ha raccontato che addirittura è un sahir, un mago che fa prodigi, un sahir yashfi, un mago guaritore, e parla con parole nuove, difficili, come se fosse lui a comandare. Gharib mi ha raccontato che questo rabbi porta una buona novella per tutti e che per questo è mal visto da chi comanda veramente: lo  considerano pericoloso perchè potrebbe mettere in subbuglio il popolo povero.

L’altro  giorno Gharib e gli altri mi hanno detto che questo rabbi coi suoi amici sarebbe passato qui vicino: in questi posti desolati veniamo a sapere in fretta tutto quello che succede. Io e la mia famiglia siamo poveri, io poi fatico a camminare e le mie parole sono più dei versi che delle parole. Mi piacerebbe vedere questo rabbi e vedere cosa fa e magari capire cosa dice e farmi vedere da lui. Se fosse davvero un sahir yashfi magari potrebbe aiutarmi a parlare meglio.                                                                                                             Domani passerà proprio a Betania, a due passi da qui: chiederò a Gharib di custodire il gregge per me e andrò a aspettarlo.                                                                                              Sono partito: spero di fare in tempo a vederli passare. Ma vedo che c’è già un sacco di gente che sta aspettando e sono tutti più alti di me: non riuscirò a farmi vedere. Ecco, sento che arrivano; c’è tutta una agitazione generale. Non vedo niente, ci fosse qui Gharib potrebbe tenermi in spalla. Spingo, pesto qualche piede e mi faccio largo tra le gambe, arrivo al sentiero: eccolo, deve essere lui, è alto e con una tunica bianca e dietro di lui ci sono alcuni che lo seguono, sembrano pescatori, anche qualche donna.                                              Cerco di richiamare la sua attenzione, cerco di gridare ma escono solo deboli versi: per favore, fermati, guardami, per favore. Niente da fare, sta passando: per favore per favore guardami, sentimi, fermati. E grido grido grido. E lui indugia, si ferma, si volta e chiede ai suoi amici chi lo ha chiamato, ma nessuno sa niente. E io piango e grido sono qui sono qui eccomi. Lui torna, mi passa davanti, mi aggrappo alla sua veste, si ferma, mi vede. Sei tu che mi hai chiamato? Ma io piango. Si china: “Aich, perché piangi? Tu non sei piccolo, non sei povero, sei pieno di amore”. Mi asciuga le lagrime, mi solleva e appoggia la sua fronte alla mia fronte, e resta così a lungo: un minuto, due minuti, tre minuti. Non so cosa succede: mi sento più forte e gli dico chiaramente “rabbi”. E sento bene le sue parole che mi dicono “vai Aich, torna dalle tue pecore che ti aspettano e che ti amano come tu ami loro. Questo amore ti ha salvato”. 

Perche ve l’ho raccontata? perchè ci leggo alcuni punti essenziali: Gesu il Cristo e’ un personaggio storico anche per chi non crede, Gesu percepisce un richiamo, una richiesta disperata, Gesu si china e tocca, stringe, solleva Aich per percepire i suoi sentimenti e trasmettere il suo amore/energia.    La sua cura e’ semplice:    “vai Aich torna alle tue pecore che ti amano”.    Non gli dice vai sarai un principe e avrai dell’oro e del potere, no, gli ricorda il suo piccolo ruolo nell’equilibrio del suo piccolo mondo: custodisci e ama le tue pecore

   Straordinario.

Non dimentichiamo cosa c’è in un paziente complesso che ci fa una domanda, non dimentichiamo che la sua richiesta è una domanda di ritorno ad una situazione di normalità, che questa domanda corrisponde a una confessione di una perdita, di una pena, di un lutto, di un dolore.                                                                                                                     Quando ricevete una richiesta non potete avere fretta, non potete ne’ dovete evitare quel contatto inizialmente solo fisico ma poi anche psichico che crea l’empatia (da  "εμπάθεια" (empátheia), a sua volta composta da en-, "dentro", e pathos, "sofferenza o sentimento"). 

 Odio chi mi propone o mi chiede di fare medicina via internet: non si può fare via mail una medicina che cerca l’empatia.   Lo psicologo e anche il sessuologo sa bene tutto questo: osservando quello che fa il nostro paziente abbiamo l’opportunità di capire le sue intenzioni e scoprire le sue emozioni.     Allo stesso modo anche il paziente ci guarda e ci sente e capisce se la nostra attenzione per lui è tale da sentirsi/essere in armonia con l'altro senza alcun giudizio, cogliendone i sentimenti, le emozioni e gli stati d'animo, e quindi in piena sintonia con ciò che egli stesso vive e sente.                                                                                                 Medico e paziente già fin dal primo incontro cercano di capirsi vicendevolmente e studiano la possibilità, anche grazie ai neuroni specchio presenti nella nostra corteccia cerebrale, di stabilire una relazione diadica,  molto privata, simile a quella che si sviluppa tra made e neonato subito dopo la nascita.       All’interno di essa medico  e paziente  svolgeranno le funzioni di guida e di apprendimento reciproco.    Questo processo, assai lontano dalla logica e dalla razionalità, sarà molto intuitivo e emotivo.   [Ma i neuroni specchio saranno poi solo motori?  Scrivendo questo testo me lo sono chiesto e lascio a voi la curiosità di approfondire questo argomento]

Il nostro compito non è tecnico, il nostro lavoro è sacro poichè cerca di penetrare e far luce nella sacralità del nostro io, corpo materiale e energia spirituale.    E’ un lavoro improbo, lungo e faticoso, un lavoro che richiede una concentrazione assoluta  per cercare di capire e di farsi capire, è un lavoro penoso quando capite di non esser in forma o per un motivo X di non riuscire a interfacciarvi con chi vi sta di fronte o di avere a che fare con un soggetto non responsivo,  o insofferente  o addirittura ostile.            Cinque o sei ore di sala operatoria non sono niente al confronto di 5 o 6 “visite” condotte con lo scopo di entrare veramente nella problematica della paziente.

Quando vedo per la prima volta un paziente chiedo “quale è il problema” e mentre lo guardo e ascolto la risposta pongo a me stesso la seconda più importante domanda che è  “ma la risposta che mi sta dando è il vero problema?”                  E senza tempo, senza pazienza, senza sensibilità, senza guardare negli occhi, senza toccare, senza vedere dentro non potrete mai penetrare nella complessa e delicata duplicità del vostro paziente difficile, né tanto meno trasmettergli qualcosa di voi.                                                                                                      Questa è la mia e spero anche vostra medicina e qui finisce la mia predica:  buon Natale e buon lavoro

                                                G. A. 

 

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25.07 | 14:37

Caro Giovanni, ho incontrato per caso questa tua pagina e non ho resistito alla tentazione di farti pervenire la mia solidarietà. Condivido...
con affetto
Mario

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