MEDICINA: parliamone, E ANCHE DELLA CHIRURGIA

Goya malato assistito dal suo Medico Arrieta Francisco Goya y Lucientes, 1820, Minneapolis Institute of Art

    Una prestazione medica, una visita, una consulenza, un consulto può essere fatta in un secondo, in cinque minuti, in un’ora. O anche più all’occorrenza. Un Medico non dovrebbe ma a volte potrebbe essere di corsa, stanco, indaffarato o talmente esperto da risolvere un problema in un attimo e via. Anche il Paziente (che nella nostra mente deve scriversi sempre e comunque con la P maiuscola), in questa nostra società sempre in affanno, può non gradire i tempi lunghi né i tentativi di arrivare a diagnosi e programmi terapeutici approfonditi, inevitabilmente lenti.

Il sottoscritto, che vi parla, ritiene che nell’attività medica l’empatia costituisca un elemento fondamentale per la comprensione e la cura del Paziente. Non per niente in medicina una delle materie principali di studio è la patologia, cioè il logos (Λόγος)  – termine greco già di per sé assai complesso – del patos(πάθος). Il patos è l’elemento emozionale passionale dell’uomo mentre il logos dovrebbe esser la parte razionale. In realtà deriva da légo (scegliere, raccontare, enumerare, parlare, pensare) ma è imparentato con leghein che significava anche conservare, raccogliere, accogliere ciò che viene detto e quindi ascoltare. Forse lo si potrebbe interpretare proprio come lettura, l’udire autentico di Eraclito: ascoltare e accogliere.

Dunque la medicina ascolta e osserva razionalmente – ma non solo – ciò che ci espone l’altro: parlandoci l’altro, il Paziente, si espone razionalmente e emozionalmente e il nostro lavoro deve essere una lettura attenta, partecipe e accogliente, capace di entrare e discernere sia il logos che il patos del suo essere. E non dobbiamo non contraccambiare la sua esposizione senza mettere a sua disposizione non solo i nostri logos (la nostra essenza) ed etos (chi siamo, cosa sappiamo, come ci comportiamo) Socratici, né avremo timore di esporre e scambiare reciprocamente anche i patos, per paura di un eccessivo impegno emozionale.

So di affermare concetti non condivisi da molti: “ricorda: tu sei il  medico lui il paziente, la sua patologia non è la tua patologia, il suo dolore non deve  intaccare la tua serenità”.  

Beh, vi dirò che non sono d’accordo. Se ho una paziente che soffre io soffro, se ho una paziente che si emoziona io mi emoziono, se ho una paziente che piange sono contento perché vuol dire che ho scoperchiato il suo pathos e forse così arriverà – arriveremo – al suo – nostro – logos.

“Si assiste, oggi più che mai, ad una crescente specializzazione dei saperi, ad una proliferazione di nuove scienze, all’aggiunta di sempre nuovi settori accanto ad uno vecchio consolidato da anni.
E noi ci adeguiamo a queste “novità” con la convinzione che il nostro conoscere ne rimarrà giovato, ampliato e la nostra persona arricchita.

Ma in questo discorso c’è qualcosa che non torna. Dov’è il problema? Che ne è dell’io? Che ne è dell’unità della conoscenza? Da questa nuova tendenza sembra emergere un preoccupante scenario: sembra che l’io sia il risultato di un assemblaggio di pezzi da laboratorio, di cui ciascuno a suo modo, secondo la sua specializzazione, approfondisce un aspetto. La conoscenza ne risulta debole, smembrata al suo interno, priva di un’unità.

La persona (il Paziente – o noi stessi) assiste ad un progressivo processo di spersonalizzazione e di disorientamento, e, consapevole di non avere controllo sulle cose che la circondano, vive alla deriva degli eventi. Il soggetto è un soggetto smarrito, che si aggrappa all’esteriorità, dando un gran valore all’apparenza, riconducendo tutto alla materia.

Così ci si allontana da sé stessi, dalla conoscenza che dovrebbe precedere ogni nostro conoscere, ovvero la conoscenza del nostro mondo interiore, del proprio io profondo, che è alla base del rapporto che si ha con sé e con gli altri…. a ciò si accompagna la tendenza all’attaccamento a cose frivole, transitorie, che riempiono temporaneamente il senso di vuoto che si avverte. Così molte attività rientrano nella categoria pascaliana del divertissement, il cui fine è quello di non farci riflettere sulla nostra condizione, sulle nostre miserie, su noi stessi, perché in fondo ciò che veramente si teme è il nostro proprio io.
Urge pertanto un ritorno alla dimensione interiore, all’anima, all’ascolto di sé …..
bisogna recuperare l’atteggiamento dell’ascolto nella sua dimensione di apertura fondamentale, in ambedue le direzioni che lo costituiscono, l’una verso la propria interiorità, l’altra verso l’altro…. In questo senso affermava Eraclito: “…se vi mantenete in una appartenenza di disposizione all’ascolto, questo è di per sé autentico dire…” …. l’udire e il dire sono coessenziali.“ L’udire autentico appartiene al logos. Perciò questo udire stesso è un leghein. In quanto tale, l’udire autentico dei mortali è in un certo senso lo stesso “logos” comunicante.  

Ma dove ci porta questo discorso, dove vogliamo arrivare con questo “esame di coscienza”?

Non ho una veste tale di conoscenze per poter affermare qualche cosa di certo: il rapporto paziente-medico costituisce un dibattito costante, variato nel tempo, nei contesti sociali e culturali e nello stato di avanzamento della scienza. Quest’ultima, avendo ottenuto dei risultati eccezionali, ha progressivamente spostato la bilancia di tale rapporto in favore del tecnicismo, della razionalità e delle competenze – il corpo - togliendo spazio e respiro alla soggettività e all’esplorazione emozionale reciproca – l’anima.

E’ possibile che il paziente non pensi minimamente a tutto questo ma semplicemente si accorga di un disagio, di uno sconforto, di un assenza di benessere, della malattia. Ma il Medico buono e libero, come era definito da Platone e Aristotele in contrapposizione al medico schiavo della propria ignoranza, non può disconoscere queste problematiche. Non solo ma, consapevole dell’udire autentico e comunicante, debba saper riconoscere le diverse situazioni e soggettività e adattarsi ad esse dando le corrette risposte alla domanda del prossimo sofferente.

La vita è breve, l’arte lunga, l’occasione fugace, l’esperienza fallace, il giudizio difficile”già Ippocrate ci avvisava della difficoltà e delicatezza dell’agire medico e della necessità di studio e attenzione costanti. Come allora il Medico deve essere conoscenza, ascolto, comprensione, tecnica, etica, comportamento. Ancor più che allora deve consigliare, curare e intervenire se e quando necessario. E se già anche  nel solo intervento comportamentale o farmaceutico deve entrare comunque almeno simbolicamente nel suo logos, ancor più nel proporre una chirurgia, quando egli si permetterà e avrà il permesso di entrare materialmente nel suo corpo e di modificarlo nel tentativo e con lo scopo di ricomporre un equilibrio perduto, tanto più - dicevamo – egli deve essere cerusico  (dal greco cheir-cheiros mano ed ergon lavoro: colui che lavora con le mani) per  saper entrare con le mani nel corpo e con la mente nell’anima.   Chi si cede alla nostra mano ci dice “guarda: io ho paura, sono in ansia già per il mio male, ora ancor più ho paura di affrontare questa altra prova--opportunità che tu mi offfri e cui devo concedermi e arrendermi essendo all’oscuro di tutto”. Vuoi tu medico comprendere il suo stato d’animo, aiutarlo, dargli un appoggio consapevole, prenderlo per mano non solo simbolicamente e trasmettergli materialmente il nostro essere con lui? Vuoi essere Medico? Vuoi essergli presente quando sul lettino operatorio comincerà a tremare?

Paracelso nel 500, pur avendo una visione della medicina assai modernista e razionalista per i suoi tempi, tuttavia affermava che senza amore, un vero rapporto medico-paziente non sarebbe stato possibile: “Dove non c’è amore per il malato non può esistere l’arte medica”.

Poi medicina e società hanno del tutto, o in gran parte, intrapreso altre strade: l’ospedale è diventato un’azienda, il medico spesso un semplice burocrate, paziente e dottore hanno frequenti contrasti, umanesimo e logos sono offuscati da interessi e apparenze.

Ma torniamo a Goya e al suo dipinto                                                                                      [A 47 anni Goya (1746- 1828) comincia una malattia  mai completamente diagnosticata, che lo porta ad un pessimismo di fondo. Negli anni successivi si  sovrappone anche la guerra di indipendenza spagnola contro l’invasioneNapoleonica, durata 6 anni. I suoi dipinti diventano cupi e drammatici (pinturas negras). Nel 1819 la sua malattia si ripresenta (paresi, vertigini, emicranie, sordità,forse da intossicazione dal piombo contenutonelle sue vernici che lui succhia dai suoi pennelli). in Spagna Ferdinando VII  mette in atto le epurazioni generali. Goya fugge in Francia.] 

Nel dipinto di testa Goya si rappresenta con il suo medico curante Dottor Arrieta. Da una parte un uomo in difficoltà, dall’altra un altro uomo che lo aiuta. Il Medico abbraccia e sostiene il malato; non gli somministra alcun farmaco ma gli porge un bicchiere d’acqua: è evidente che in primo piano sta l’accompagnamento alla sofferenza, non la cura. Se crediamo solo allo sviluppo razionale/ scientifico/ tecnologico allora la medicina non dovrebbe permettersi di guardare a quella immagine, che di razionale non ha nulla.

Potremmo concludere riportando le parole di Karl Jaspers che fanno riferimento alla figura del medico e al suo rapporto con i pazienti, parole che allo stesso tempo esigono un comportamento ineccepibile secondo quanto dettato da ethos ed etica: “Il medico non è un tecnico né un salvatore ma solo un’esistenza per un’altra esistenza, un essere umano effimero, che realizza con l’altro, nell’altro e in sè stesso la dignità e la libertà e le riconosce come norme”.

                                               G A

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25.07 | 14:37

Caro Giovanni, ho incontrato per caso questa tua pagina e non ho resistito alla tentazione di farti pervenire la mia solidarietà. Condivido...
con affetto
Mario

...
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