NESSUNO E' INFALLIBILE

PSICOLOGIA DELL'ERRORE

Dieci anni fa mi trovai a dover fare una isteroscopia operativa per asportare dei polipi (piccoli tumori solitamente benigni) della cavità  uterina. La Paziente mi era stata inviata da una Collega e, come spesso succede quando si è responsabili di un reparto e di un gruppo di lavoro, affrontavo l’intervento senza conoscere personalmente e perfettamente il caso (errore di superficialità).  La situazione era un po’ diversa dall’atteso in quanto, oltre ai polipi previsti, la cavità uterina era occupata in gran parte anche da un fibroma di discrete dimensioni. Dovevo decidere e sbagliai: e sbagliai a ripetizione poiché il fibroma era si una patologia ma non costituiva un pericolo imminente (errore di scelta); iniziai ad asportarlo con l’ansa diatermica come di regola; ma essendo voluminoso e teoricamente facilmente separabile dalla parete uterino ed essendo una tecnica a me nota e già sperimentata ritenni di poter passare a una tecnica meno frequentemente applicata ma più rapida (errore di presunzione). Aumentai la dilatazione del collo uterino e cercai di afferrare il fibroma con una pinza apposita per poi lussare ed estrarre il fibroma con un movimento di torsione. Qui ancora sbagliai (errore tecnico), perforai la parete dell’utero senza accorgermene e anziché afferrare il mioma agganciai una ansa intestinale, lesionandola.  Fortunatamente mi accorsi dell’errore e, in collaborazione con il chirurgo generale, intervenimmo subito a riparare la lesione, il che richiese naturalmente un’apertura dell’addome, un’asportazione di un tratto intestinale, una colostomia transitoria di protezione, una degenza che invece di essere di un giorno divenne di qualche settimana e di una convalescenza lunga, impegnativa e complicata. 

Fino qui i problemi tecnici, succedutisi molto rapidamente, ma da qui in avanti si innestano i problemi psicologici. Fortunatamente alla lunga non ci furono danni permanenti, ma la Paziente, e i suoi familiari, restano frastornati, sconvolti. Il responsabile, cioè il sottoscritto, resta incredulo di essere incappato per la prima volta proprio in una delle complicanze più gravi descritte nei testi. Ti senti in colpa e commetti l’ulteriore errore di non osare, non avere il coraggio di stare vicino alla tua Paziente. Che naturalmente e giustamente chiederà un risarcimento danni, con conseguente intervento di assicurazioni con relativi consulenti e avvocati e definitivo deterioramento e rottura di quel rapporto empatico medico/paziente, da me tanto auspicato e decantato in altri capitoli di questo stesso sito.                             

E inizia una odissea. Da una parte il Paziente che ha sofferto e che deve ulteriormente soffrire per ottenere il riconoscimento del danno subito; dall’altra chi ha commesso l’errore che tenta di rimuovere l’evento affidando alle coperture assicurative, proprie e dell’ente ove avviene il fatto, la soluzione dello scontro. Si, perché proprio l’incontro empatico medico-paziente si trasforma nello scontro brutale tra gli stessi attori, a sfondo economico e di immagine, “mediato” dalle compagnie d’assicurazione. Gli eventi si succedono tra cause e tentativi di mediazione ma non può esserci mediazione perchè l’errore avvenuto ha comportato la rottura del contratto fiduciario tra chi offriva garanzie e chi le chiedeva. Così si sono prolungate le vicende, solo apparentemente concluse con un risarcimento da una parte e, dall’altra, con un banale riconoscimento delle ragioni dell’errore con relative correzioni comportamentali. Ma ancora oggi, a dieci anni dall’evento, il passato ritorna con una nuova richiesta di danno non più dal Paziente ma dalle assicurazioni che diventano avversarie cercando una rivalsa su chi commise l’errore. A dimostrare che le azioni correttive non sono state ancora sufficienti a cancellare un passato che sempre ritornerà, che costituirà una esperienza perenne tra le tante della vita, che forse sarà meno doloroso se e quando l’uno saprà chiedere scusa e l’altro lo  perdonerà.

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